mercoledì 7 dicembre 2016

Libertà è Dissoluzione




La morte ci fa paura. Ma di cosa abbiamo paura esattamente? Forse non della morte in sé, piuttosto della sofferenza, o dell’idea della perdita: di perdere noi stessi, i nostri cari, la nostra vita, il nostro corpo, le nostre cose. E abbiamo paura di quel tuffo nel vuoto, nel buio, nel nulla, nonostante le consolazioni delle tante religioni le quali, ognuno a modo suo, ci raccontano di una persistenza, di una vita dopo la vita, di un paradiso, oppure di una reincarnazione e così via.

Nelle mie conferenze mi avrete sentito parlare della nostra “dispersione” dopo la morte nel momento in cui non siamo riusciti, in vita, ad edificare un senso di noi stessi, un’identità trascendente, che sappia proiettarsi oltre la vita fisica: se non costruiamo un’anima integra, dopo la morte veniamo dispersi, proprio come dispersi e sfilacciati siamo, dentro e fuori di noi, durante la vita materiale.

L’obbiettivo della ricerca spirituale, ovvero dell’edificazione di un’ Anima, della nostra anima individuale, è anche quello di costruire un ponte che ci conduca oltre la morte, in una continuità di vita ove la nostra identità permane e prosegue il suo viaggio evolutivo o, ancora meglio, risolutivo nella nostra reintegrazione con l’Assoluto: essere goccia e mare.

Qui però insorge spesso un equivoco che voglio ora definitivamente fugare.

Sì perché sembra quasi che l’obbiettivo sia il permanere, ovvero la continuità della nostra esistenza e coscienza individuale. Sembra che la “conservazione” sia lo scopo. Mentre, invece, è esattamente il contrario! E ora mi spiego.

La nostra anima, o coscienza in divenire, individuale e identificata, non ha la scopo di permanere in quanto tale, anzi: essa deve e vuole definitivamente dissolversi nell’abbraccio con l’Assoluto al quale fare ritorno, ricca dei suoi tesori, ovvero delle esperienze vissute in termini di sentimenti, emozioni, sapori, in definitiva, di Amore.

Deve e vuole dissolversi: non deve permanere. Non può permanere!

Ecco che non dobbiamo confondere il problema della continua, reiterata ed inconcludente dispersione post-mortem – causa dell’eterno ritorno sulla ruota del Samsara – con la dissoluzione cui invece tendiamo in quanto ritorno e unione con l’Assoluto, con l’Essere che è Tutto e Nulla, nel quale fonderci in un’indicibile Totalità, appunto dissolvendoci: non c’è alcuna goccia. Non c’è alcun mare.

Pertanto il concetto di dispersione, senz’altro problematico, non va confuso con quello della dissoluzione che, al contrario, risulta il Fine dei nostri fantastici viaggi nei mondi del possibile. E il Nirvana, I’Illuminazione in quanto affermazione della propria Totalità come Essere, è l’ultimo ostacolo che va tolto di mezzo per perseguire quella fusione che nello Zen, più propriamente, chiamano Satori.

In verità, l’ostacolo al Satori è proprio quella conservazione provocata dalla dispersione continua e inconcludente che di vita in vita lacera la nostra anima inconsapevole, provocando continui e indefiniti ritorni. La conservazione è provocata dalla dispersione ed è l’opposto di quella dissoluzione risolutiva che costituisce, altresì, quella Moksa che è definitiva Liberazione nell’indicibilità.

La dispersione è sinonimo dunque di conservazione inconsapevole. Ne risulta, pertanto, che quella “continuità identitaria” di cui parlo come obbiettivo di continuità esistenziale oltre la morte del corpo, quando indico nell’edificazione della propria Anima immortale il fine del “lavoro” spirituale, è soltanto un espediente che ci permette di acquisire un senso più ampio della vita, di noi stessi, della realtà, ma non deve trasformarsi nell’ennesima trappola dell’attaccamento alla permanenza, sia pure essa nella continuità di una vita superiore, ma pur sempre nel limite dell’individualità che va trascesa in funzione della permanenza, se mai, di un “sapore”: è il distillato del vissuto che se mai si proietta oltre i confini del vivente, annullandosi – e quindi realizzandosi – nell’Essere Assoluto, senza nomi.

La continuità identitaria post-mortem, quel filo (antahkarana) che inanella il divenire delle nostre esperienze (le quali, in virtù dell’anima, si proiettano oltre i veli della materia, dello spazio e del tempo), rimane come necessaria affermazione consapevole della propria Natura trascendente, ma, in virtù proprio di tale consapevolezza, si risolve nel suo opposto, ovvero nella dissoluzione (liberazione, impermanenza) che è libertà nella e della Coscienza. Rimane solo l’Amore: la vita ha senso in quanto opportunità di Amore, di Gioia, di Bellezza nella relazione. In altri termini, ciò che “deve restare” è la gioia della vita, ma non la vita. Capite bene che la “continuità di coscienza” di cui parlavo è sinonimo di dissoluzione, non di conservazione! Mentre la dispersione tipica dei fenomeni della reincarnazione è, quasi paradossalmente, sinonimo di conservazione. Ma di una conservazione inconsapevole, inconcludente, irreale.

Essere attaccati alla vita (e respingere la morte come fine, termine, della vita) è un problema che vale sia per questa vita materiale ma, attenzione, anche nei confronti di qualsiasi altra forma di attaccamento alla vita, sia essa vita superiore: è solo un estendere il campo della propria volontà di permanenza, ma il risultato non cambia: è ancora attaccamento al mezzo che impedisce la consapevolezza e la realizzazione del fine.

Il problema a questo punto è, direi, didattico: perché se vi dicessi di puntare alla dissoluzione, probabilmente vi disperdereste (conservandovi). Nel contempo se vi dicessi di puntare alla conservazione e in voi nascesse l’idea dell’Illuminazione come permanenza della vostra coscienza oltre ogni limite, pur fusa come goccia nel mare, non avreste capito.

Al Nirvana, all’Illuminazione in quanto pienezza del Sé (sia pur esso il Sé Superiore realizzato), alla continuità consapevole della vostra identità cosciente che è goccia e mare, dovete solo far finta di crederci: per ingannare il demone della dispersione. Ma sapete bene che quella consapevolezza di voi stessi, integra, luminosa e permanente oltre ogni velo, non è che meravigliosa dissoluzione: solo un sapore rimane. Senza riferimenti. Senza nomi. Solo l’Amore rimane, fuso nell’Essere che tutto è, che nulla è, la cui Coscienza di sé sta nella fragranza di infiniti vissuti, di per se stessi senza importanza, continuamente rinnovantisi in una danza senza mèta, per il puro piacere di danzare. Ecco ancora una volta l’Assoluto non come fine ma come stato di coscienza, qui e ora, ovunque e sempre. Da nessuna parte e mai.

Va da sé, a questo punto, che la vita ha senso, cioè è vera, autentica, giusta e ben vissuta, solo in quanto (e se) espressione di relazioni attraverso le quali celebrarla creativamente come gioia, bellezza, amore e libertà. Ecco il segreto della vita: un fluire d’amore senza rivendicazioni, senza attaccamento neppure verso la realizzazione più totalizzante e trascendente. Senza appropriazione alcuna.

Permettetemi una chiosa finale: qualunque via autentica vi condurrà all’abbandonare ogni pretesa di vita eterna, in quanto né vita né morte ci appartengono. Vi insegnerà invece al lasciar cadere ogni attaccamento, ogni finalità propria, ogni volontà di affermazione imperitura, svelandovi la bellezza dell’Assoluto impersonale. Vi insegnerà che quello del perdersi, in un certo senso, è un davvero falso problema. Non la stessa cosa vi prometteranno le vie in autentiche e le religioni: alimenteranno la paura della perdita e dello smarrimento, nutriranno in voi la paura della morte e della fine, vi prometteranno una salvezza. Attenzione: non una liberazione, ma una salvezza. Salvezza dalla morte, promessa di vita eterna, raggiungimento di un paradiso assoluto in cui vivere felici, che però non è mai qui: è sempre al di là. Dopo. Se ce lo meriteremo. Se obbediremo. Coloro che promettono l’illuminazione, il paradiso, la vita eterna, ma anche chi promette l’assoluto come fine e termine ultimo al quale giungere per riposarsi finalmente, nella beatitudine della contemplazione di “Dio”, vi stanno indicando una strada illusoria per legarvi stretti al loro guru, alla loro religione e alla loro chiesa nell’al di qua, e ai loro voraci dèi nell’al di là.

Abbandonate dunque l’idea della mèta definitiva: già tutto è (contemporaneamente uno, nessuno e ognuno) eppure non è; per quanto ci riguarda è oppure non è. Abbandonate il timore della morte, della fine e della mancanza, perché il tutto che siete, solo se a nulla vi attaccate, non può temere di avere o di non avere, ma neppure di essere o di non essere.




lunedì 28 novembre 2016

Considerazioni Alimentari



Tenendo presente che mi occupo di divulgazione e formazione alla Meditazione e alla Ricerca Spirituale  è doveroso da parte mia esporre (ed espormi) su alcuni temi di carattere sociale: ad esempio l’ho fatto esprimendomi sulla New Age, così come definendomi più di destra che di sinistra (per lo meno data l’attualità, in special modo italiana), sul complottismo cercando di prendere le distanze da ossessioni e fanatismi, persino nell’ammettere la mia serenità con Trump alla presidenza USA e il mio “no” al prossimo referendum del 4 dicembre, esprimendo peraltro la mia lontananza dall’imperante catto-comunismo. Sulla Chiesa (le chiese) conoscete abbondantemente il mio pensiero!

Ora però, spinto da molte domande sul mio essere “onnivoro”, devo necessariamente dire la mia sulla questione alimentare: ben sapete che mangio anche carne. Pur tuttavia sapete anche che amo il dialogo, la sperimentazione e ci tengo a portare varie possibilità di riflessione, ad esempio invitando il dott. Andrea Passeri come docente di cultura vegetariana e vegana in Accademia e organizzando pure cene vegan a Terni. Ora, per ragioni di completezza, scrivo questo breve articolo per chi volesse trovare un riferimento verso il quale eventualmente orientarsi tenendo presente anche il mio parere, nel rispetto delle scelte di tutti.

Personalmente seguo una dieta equilibrata: infatti sono onnivoro.
Questo vuol dire che non sono né carnivoro, né vegano: vuol dire che seguo la piramide alimentare come descritta nella dieta mediterranea (patrimonio dell’umanità).

Ci sono diete più facilmente equilibrate ed equilibrabili, come quella onnivora e quella vegetariana (adatta specialmente per gli adulti) e ci sono diete meno equilibrate e più difficilmente equilibrabili, in genere se non ricorrendo alla farmaceutica (integratori), come quella carnivora e quella vegana.

Dal punto di vista etico in tutti i casi la vita si nutre di vita, a scapito di vita. Se non vogliamo determinare arbitrariamente che una vita sia più importante di un’altra, il principio della compassione – inteso meramente come salvezza di vita - viene inevitabilmente smentito. Anche digerendo uccidiamo. Anche respirando uccidiamo! Per il solo fatto che nasciamo non possiamo essere ad impatto zero: quindi la gara a chi è più puro non ha senso. Ovvio che gli allevamenti intensivi, l’industria violenta del cibo, ma anche l’agricoltura estensiva (specie di soia), andrebbero  boicottati. La crudeltà non ha senso mai. Teniamo comunque presente che il business è un fenomeno che caratterizza entrambe le industrie: quella delle carni e quelle del biologico-vegan-soia. Ovvio che dal punto di vista salutistico cercheremo di regolarci al meglio: cibi bio, filiera corta, l’orto, il contadino ed, eventualmente, il macellaio di fiducia.

Sul piano spirituale nessuna grande tradizione indica una dieta vegana: tutte raccomandano – salvo talune proibizioni – una dieta equilibrata onnivora o vegetariana. Spesso per questioni sociali o devozionali. Talune religioni indicano modalità di coltivazione e di macellazione, ma non indicano necessariamente una dieta vegetariana.

L’unica tradizione che indica una dieta funzionale alla meditazione, escludendo talune scuole tantriche piuttosto estreme, è quella indiana, per la precisione ayurvedica, che suggerisce una dieta “sattvica” (che di fatto costituisce una dieta vegetariana equilibrata).

Il mio suggerimento per le persone che fanno meditazione – salvo poi che ognuno farà le sue scelte personali – è di adottare una dieta onnivora o vegetariana, ovvero diete equilibrate e facilmente equilibrabili (ad esempio nel caso dell’onnivorismo la scelta di seguire la piramide mediterranea). Suggerisco anche di saltare una cena alla settimana e di fare un digiuno (liquido) di 24 ore al mese, a meno che non si abbiano controindicazioni da parte del medico. Per predisporsi al meglio alla meditazione suggerisco di seguire una dieta sattvica.

La dieta “sattvica” (a grandi linee)

- Verdure e frutta crude, se necessario, poco cotte, coltivate biologicamente e non transgeniche; limitate erbe aromatiche e spezie; succhi;
- Cereali integrali e semi grezzi macinati e inzuppati d'acqua;
- Legumi, cereali e semi crudi in germoglio; riso, farro frumento;
- Yogurt, siero di latte, latte fresco biologico (in quantità moderate) e ghee (in piccole quantità), tutti prodotti da mucche rispettate e dopo che hanno allattato i loro piccoli, miele d’api e di altri tipi;
- Olio crudo (spremuto a freddo) come condimento;
- Noci, mandorle (non tostate), polpa e acqua di cocco (per coloro che vivono nelle zone tropicali);
- Acqua pura MAI FREDDA (anzi meglio tiepida) consumata possibilmente prima e dopo i pasti.

Una dieta sattvica:

- nutre il corpo e la mente
- conferisce calma e sicurezza interiore
- sviluppa una mente equilibrata, calma e pacifica
- promuove l’autostima, sicurezza e fiducia in se stessi
- sviluppa tolleranza e generosità
- dona salute fisica e mentale, vigore e forza fisica,
- accresce specificatamente il senso di soddisfazione e l’equilibrio
- rinforza e rende armoniosa la voce
- incrementa ojas.

PS: Ojas significa “forza”, “vigore”, “potere”, “energia”, “vitalità”. Ojas può essere considerata l’essenza più sottile che viene estratta dal cibo.  

Personalmente apprezzo molto la scelta vegetariana e vegana per questioni etiche e salutiste: nulla da dire, c’è solo da ammirare. Certo, credo sia meglio adottarla con gradualità e facendo attenzione, ma ben venga in linea generale (anche se non la ritengo risolutiva delle problematiche sociali, etiche ed economiche generate dall’industria del cibo). Tanto meglio comunque stare dalla parte della soluzione piuttosto che da quella del problema. Devo necessariamente aggiungere che trovo  contraddittorio, controproducente e patologico il modo con cui talvolta certe scelte vengono motivate, vissute e ostentate. Taluni vegani, paradossalmente - eppure spesso mi è capitato di notarlo - diventano ossessivi, monotematici, direi fanatici: creano fratture tra le persone, si sentono puri e nel diritto di disprezzare chi non fa come loro, risultando invadenti, aggressivi compromettendo così un dialogo che invece potrebbe risultare costruttivo e utile alla crescita di tutti. Esorterei dunque, proprio nell’interesse degli stessi amici vegani,  ad una maggiore serenità di approccio, rispetto e tolleranza, proprio perché si possa essere testimoni attendibili di una scelta assolutamente encomiabile.

sabato 26 novembre 2016

Medium: un delirio “spirituale”



Un nostro caro viene a mancare. Magari persino improvvisamente, inaspettatamente. Il dolore, lo sconforto, l’incredulità. La perdita. Il vuoto incolmabile. Inutili, sebbene graditi e di qualche aiuto, le belle parole di circostanza e di conforto, gli abbracci, i gesti d’affetto, la consolazione di amici, famigliari, del prete. Ma, in fondo, niente può lenire questo dolore. Nel tempo si incontrano persone, taluni ci consigliano di andare avanti, rifarci una vita, pensare al futuro, tenere a mente i bei ricordi. Altri ancora ci suggeriscono il conforto della preghiera, della religione, di Dio. Già… Dio, quello stesso Dio che ha permesso tutto questo, che permette la sofferenza, la morte. Mille domande. La morte… Sorella morte. Ma ci sarà qualcosa dopo? Ci sarà davvero un’altra vita? Il mio caro scomparso c’è ancora da qualche parte? Mi vede? Mi sente? È davvero lassù? Vogliamo crederlo. Vogliamo saperlo. Dobbiamo saperlo. Lo riabbracceremo? Lo rivedremo?

Ed ecco che di fronte a noi si aprono strade insperate: abbiamo bisogno di conforto, abbiamo bisogno di credere, abbiamo bisogno di colmare questo vuoto, non possiamo accettare che questo sia davvero accaduto. Rivogliamo il nostro caro. A tutti i costi. Vogliamo rivederlo, parlargli, dirgli quella cosa che non abbiamo fatto in tempo a dirgli. E se magari anche lui avesse qualcosa da dirci? Qualche sospeso? Prenderla con filosofia non ci basta. Non ci bastano le parole del parroco, né quelle dello psicologo: ci offendiamo, anzi, se qualcuno ce lo consiglia. Non vogliamo sentire ragioni, non ci interessa, in fondo, sapere la verità e inoltrarci in un cammino spirituale, no. Ci interessa solo sapere quello che vogliamo sapere: sentirci dire quello che vogliamo sentire. Non solo! Vogliamo certezze, vogliamo credere che sia possibile l’impossibile: rivogliamo il nostro caro e vogliamo convincerci definitivamente che lui c’è, esiste ancora da qualche parte, che noi stessi alla nostra morte ci saremo, che non sarà tutto finito, che ci rivedremo. Che possiamo rivederci ora. E me lo voglio sentir dire da lui! Io voglio lui. Ascoltarlo ancora, sentirlo, avere segni inconfutabili. Qualcuno ci dia segni inconfutabili! Noi, al centro dei nostri bisogni, non vediamo altro: non ci interessa la verità, ma la verità più bella. Non ci interessa sapere che dobbiamo noi ricominciare a vivere e lasciare che lui, il nostro caro, faccia il suo viaggio sereno, no! Deve stare qui con noi. E noi con lui. Non possiamo tradirci altrimenti. Vogliamo solo sapere che c’è. E che starà con noi sempre. Adesso. E vogliamo sapere finalmente che l’aldilà esiste. 

Ed ecco che, prima o poi, il triste, inquietante, morboso miraggio si presenta. Il “medium”. Più spesso la “medium”. Così come quando cerchiamo un “guru” (e il vero guru è sempre quello che più ci fa godere della beatitudine con uno schiocco di dita, che ci coccola (anche trattandoci male, perchè a noi piace!) e ci dà le prove che è tutto vero, sempre attraverso esperienze – siano esse banali o raffinatissime - riferite comunque al nostro io goloso e ai nostri bisogni, perché alla fine, tristemente, si misura tutto e sempre con quel metro), lei, la medium, ci dà le certezze di cui abbiamo bisogno. Il nostro caro defunto è qui con noi! Non solo: lei ci fa parlare con lui. Ci inoltra i suoi messaggi. È vero! È vero! “Solo lui sapeva quella cosa, solo io e lui sapevamo e lei me lo ha detto! Lei mi manda i suoi messaggi!”. Non solo suoi, anche di altri, di altri nostri amici e parenti, perché no? La porta è aperta. Avanti! Avanti! Siamo tutti qui! Finalmente lo sappiamo! Ci parliamo! E la medium, santa donna, così brava, così convinta e convincente, accondiscendente, che ci dona (molto più spesso vende) felicità e sicurezza. Sarà la nostra guida spirituale, l’unica che ascolteremo, ogni mese, ma no, ogni settimana, tutti i giorni! E parleremo con i nostri amati morti che ci diranno cose stupende e amorevoli. Ci rimprovereranno anche, ci guideranno. E staremo con loro, e loro con noi. E con la medium, nostra benefattrice. E avremo così scoperto la verità: quella che ci piaceva tanto, che tanto abbiamo cercato. Sperimenteremo il soprannaturale per davvero. Sperimenteremo… con l’aiuto dei nostri cari che ci solleveranno da ogni pena, da ogni paura e ci daranno risposte, quelle di cui abbiamo bisogno. Noi. Nient’altro importa. Ci siamo solo noi, i nostri bisogni, i nostri problemi esistenziali e spirituali che vogliamo risolvere a modo nostro, come ci piace a noi. Non vogliamo sentire altro, non ci interessa altro. Ci dicono che dobbiamo superare il lutto? No, non senza di loro. Che dobbiamo lasciarli andare, in fondo forse anche loro avranno il loro viaggio? Ve lo abbiamo già detto: non ci interessa. Noi li pretendiamo qui, adesso, per sempre. Ne abbiamo il diritto perché soffriamo. E guai a chi metta in dubbio che l’aldilà esista e che sia esattamente questo, o che i nostri cari continuino a vivere esattamente come a noi ci piace che sia.

Con loro, con i loro messaggi e segni, sapremo come stanno le cose, avremo le certezze che ci servivano. Ci sarebbe bastato il loro ricordo? Meditare sui valori che ci hanno insegnato? Riflettere quindi sulla vita, sull’aldiqua più che sulla morte e sull’aldilà? Tenere ai nostri cari vivi di più e meglio, ringraziando e lasciando andare i nostri cari morti di cui conserveremo il sereno ricordo? No, non ci sarebbe bastato. Il nostro famelico ego vuole sentirsi vittorioso sulla morte, vuole vincere il mistero, vuole che loro stiano con noi e che ci parlino, che ci dicano, che ci convincano. Che ci amino sempre: loro! Non il ricordo, non ce ne facciamo niente del ricordo né di riflettere, né di crescere nella vita e nella fede. Il nostro ego, che tanto soffre e tanto ha bisogno, non ammette limiti, non conosce confini, andremo dalla medium più potente e convincente: qui e ora parleremo con loro, li tratterremo a nostro piacimento, li interrogheremo. Li ameremo e saremo da loro amati adesso, a tutti i costi. E dovranno essi risponderci, rimanere a disposizione, perché ci vogliono bene. Dovranno stare lì, nella nostra gabbia d’amore, proteggerci, ascoltarci, parlarci attraverso la medium, così brava, così illuminata. Grazie! Grazie!

martedì 22 novembre 2016

Essere Iniziati



Recentemente più di una persona mi chiede: “Carlo, ma tu sei un Iniziato? La tua è una Scuola Iniziatica?”.

Cosa significa essere un “iniziato”? Cos’è l’iniziazione? In passato si usava molto questo termine, nell’ambito di culti e religioni, vie spirituali e scuole esoteriche, oggi in certi ambienti lo si usa ancora, spesso a sproposito, con ostentazione, talvolta millantando, non di rado esibendo (ed esibendosi in) curiosi titoli iniziatici.

Io non sono un iniziato. Ho esplorato quel mondo, sì ho anche ricevuto “iniziazioni”. Ho rinunciato a tutto questo.

Credo che l’unica iniziazione sia quella a se stessi. Credo che dobbiamo essere iniziati a noi stessi, in noi stessi. Da noi stessi. L’iniziazione – seppur rappresentata anche in forme simboliche, solenni e psicodrammatiche – è sempre stata quello e solo quello: la formalizzazione di una trasmissione che è sensata e reale solo in quanto il proprio percorso e il proprio impegno, quindi i propri conseguimenti interiori, sono autentici. Come sarebbe possibile altrimenti? A quali Miti, Dèi e Misteri votarci se non a noi stessi? Di quale vita e verità essere testimoni e sacerdoti se non della nostra vita, della nostra verità?

Cercate l’iniziazione al vostro mistero, alla vostra vita interiore. Chi è un iniziato? E’ colui che riceve conferimenti spirituali? Da chi? Da un guru? Da Dio? Dagli Alieni? Da un Ordine Tradizionale? Di cosa? Di chi? Ma, anche fosse, per questioni formali e tradizionali, non è forse tale becero esibizionismo il tradimento più grave ai valori di una trasmissione spirituale sacra e solenne? Non dovrebbe essere forse un evento privato, interiore, silenzioso? No, siamo alla fiera delle vanità! Il vero iniziato non è colui che esibisce medaglie bensì colui che in cuor suo consacra consapevolmente e con tutta la sua volontà la propria intera vita alla conoscenza di se stesso, alla conoscenza delle cose, alla ricerca del senso di tutto, all’amore come più alto valore, al perseguimento incondizionato del bene, della giustizia e della verità ad ogni costo. Non cerca il potere bensì studia, ricerca, scopre, discute e ridiscute, rinnova, riscopre, sperimenta, esperisce e vive in saggezza, in pienezza, al di là dei suoi personalismi, del suo egocentrismo, della sua convenienza individualistica, per proiettarsi in un disegno più grande. Ecco l’iniziato, se proprio vogliamo usare questa parola che per me sa così di stantìo, di formale, di vuoto. L’iniziato, questo iniziato, è una persona responsabile. Autentica. Indipendente, se mai interdipendente, ma mai dipendente da così piatte vanità.

Tutti coloro che si dicono “iniziati” a questo o a quell’altro trovano un espediente misterioso, auto incensante, rassicurante e quindi attraente per convincere se stessi e gli altri della loro incomunicabile quanto indiscutibile superiorità, lasciata intendere dietro l’immancabile sbandieramento del “io sono un iniziato”. In verità si ingannano e vengono ingannati e, tra l’altro, sono legati mani e piedi, devono rendere conto, non possono spaziare, non possono rinnovarsi, schiavi del loro bisogno di sentirsi qualcuno. Perché caricarsi di questo peso? Perché pagare un prezzo così alto per colmare il proprio bisogno di considerazione, la propria carenza di autostima, il proprio fallimento esistenziale?

Lasciate stare le iniziazioni, non cercate nulla di tutto questo. Nessuno può darvi o togliervi nulla che non sia o che sia già dentro di voi. Frequentate un insegnamento? Bene, bravi. Ricevete magari un’abilitazione, un permesso ad insegnare quanto voi stessi avete appreso? Un’investitura? Un ruolo? Conseguite una provata conoscenza e capacità? Bene, e dunque? Chi fa l’idraulico può dirsi “iniziato ai misteri dell’acqua”? Chi riceve la tessera Premium è un “iniziato” ai misteri dei programmi esclusivi di Sky? Suvvia… Non fregiatevi di ridicole lauree spirituali, non sottomettete la vostra intelligenza alla devozione a guru, scuole, dottrine e dogmi che vi incatenano, prima affascinandovi, poi impaurendovi e infine lusingandovi con la vanità di cui all’ego tanto piace bearsi. Non riducetevi a questo, per poi diventare così noiosi e arroganti. Ma guardate dove siete! Come state messi! Quanto vanità, quanta violenza… quanta povertà, quanta pochezza!

No, non sono un iniziato. Non conferisco iniziazioni. E rido quando sento evocare queste vuote insegne. Avete bisogno di fascino, di affascinarvi e di affascinare. Poveri voi. Ma siate voi stessi una buona volta: siate sereni, semplici e andate al sodo, nello studio, nella vostra pratica, nella meditazione, nell’amore per la conoscenza, ma soprattutto nella saggezza che vi rende davvero iniziati alla vita, ma non ai vostri occhi: agli occhi di coloro che ameranno la vostra serenità, la vostra umiltà, la vostra amorevolezza soprattutto, al lato della vostra sapienza non ostentata ma portata davvero con e per amore. Senza insegne. Senza bisogno di nient’altro.

Così la penso. Così mi regolo.